
Molto spesso, troppo spesso, quando si parla di sanità se ne parla in termini poco lusinghieri. Anzi, quante volte abbiamo visto campeggiare in cima a pagine intere di cronaca quotidiana, o posta in bella mostra tra le righe, il termine “malasanità”? Definizione omnicomprensiva di piccoli o grandi “ingiustizie” accostati ad altrettanti piccoli o grandi drammi personali fino a sommergerli, ad annullare diritti e dignità.
Eppure qualche volta si può e si deve parlare di “buona” sanità, di prestazioni sanitarie che pongono appena un gradino più sotto alla “missione” di salvare ogni vita, quella comprensione e quell’umanità utili, in un contesto il più delle volte drammaticamente disperato, a lenire le ferite, ad attenuare preoccupazioni e paure, a fornire, in modo corretto e coscienzioso, il nutrimento della scienza medica necessario ad alimentare anche il più flebile filo della speranza.
E nemmeno è detto da alcuna parte che si può e si deve parlare di “buona” sanità solo nel momento in cui essa riesce a soddisfare l’ansia di risposte risolutive che ognuno di noi ripone nella scienza medica allorquando si trova a varcare quella soglia oltre la quale nulla sarà più come prima.
Non voglio farlo proprio ora e proprio io. Non potrei farlo. Non ne avrei il coraggio, ora che, realmente, nulla sarà mai più come prima: come appena qualche mese fa. Prima che un percorso di vita di coppia, lungo e profondamente intenso, venisse turbato, sconvolto e annientato, da un incubo fuoriuscito da quei meandri oscuri dove la fiammella della ricerca e della sperimentazione scientifica non è ancora riuscita a portare un barlume di luce. L’esuberanza, la passione, il sorriso di lei, la mia Assunta, s’è spento lasciandomi solo con le mie ansie, con le mie paure e le mie angosce. Con quelle sensazioni che non è possibile condividere con nessuno se non ancora con lei sul filo della fede.
Eppure, nonostante tutto, credo si possa parlare di “buona” sanità. Si debba parlare di “buona” sanità e lo si debba fare dando un nome ed un volto a coloro i quali hanno seguito la mia Assunta fino in fondo con la necessaria professionalità sì, ma anche con il calore e l’amore che, di solito, solo uno di famiglia può dispensare con caritatevole passione. E si debba dire grazie all’intera equipe medica del Nucleo Coma Vegetativo del plesso ospedaliero di Lauria, coordinata dal dottor Giuseppe Magno e composta dai dottori Francesco Fiordalisi, A. Maria Lammardo, Egidio Sproviero e Giacomo Lamboglia, e lo si debba estendere anche all’intero staff infermieristico e al personale paramedico.
Grazie per quanto avete fatto per la mia Assunta. Grazie per quanto sono sicuro farete anche per altri drammi che varcheranno quella soglia con nomi diversi ma con le stesse paure e le identiche speranze. Grazie, soprattutto, per aver testimoniato, con il vostro operato, che la medicina deve essere “fredda” professionalità ma può essere anche “calda” umanità, senza che il percorso terapeutico ne venga in alcun modo intaccato. Che ci può essere, e voglio sperare che sia sempre più realtà abitudinaria e non magari sporadica episodicità, una “buona” sanità anche in questo nostro “povero” e “triste” Sud, dove, a volte, è quasi impossibile perfino riuscire ad incrociare un sorriso.


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